Servizi sul territorio

29 June 2020

Essere genitore ai tempi del Coronavirus: qualche riflessione a partire dalle conocenze psicologiche

Questa piccola rubrica nasce come strumento di riflessione e di condivisione per le famiglie che stanno affrontando insieme ai loro bambini/bambine un momento storico di grandi cambiamenti e complessità.

La rubrica si articola in tre uscite: la prima ha affrontato le ansie dei genitori soprattutto per quanto riguarda le conseguenze sui bambini/e piccoli/e.

Oggi affronteremo il tema del tempo, come genitori e nel nostro rapporto con i bambini/le bambine: il tempo a casa, il tempo del lavoro...


Il tema del tempo in questi mesi è stato uno di quelli centrali per tutti: Quanto durerà? Quando potremo tornare ad una vita “normale”? Come posso impiegare il tempo senza lavoro, costretto tra le pareti di casa? O invece, come posso conciliare il mio tempo privato con quello dell’home working, che rischia di prendersi tutta la mia giornata?

Quando poi in casa ci sono dei bambini piccoli, i problemi sembrano insolubili. Per esempio:

Devo lavorare a casa e mio figlio richiede in continuazione la mia attenzione, non ce la posso fare!

Ma come facevano i nostri nonni, anzi … le nostre nonne?

Se ci pensiamo, è solo in tempi recenti che le vite degli adulti e dei bambini/e si sono così separate.

In campagna, fino a non molti anni fa, lavoro e casa erano contigui, e i bambini e le bambine partecipavano a molte delle attività degli adulti, nei campi e a casa.

Ma anche fino a metà del secolo scorso, l’esperienza dei bambini comprendeva una mamma presente a casa, che certo era una sicurezza, ma aveva molto altro da fare, e non passava il suo tempo a giocare con i figli/e. I bambini e le bambine quindi si organizzavano autonomamente, per il gioco, per i compiti … anche i/le piccolissimi/e, non era certo previsto che gli adulti li avessero sempre in braccio o li “stimolassero” giocando. È vero, c’erano gli altri bambini e molti più spazi verdi, si poteva giocare in strada, ma gli adulti non erano sempre presenti e disponibili. E se pensiamo alle tribù dei nostri progenitori, i cacciatori-raccoglitori della preistoria, quelli che ci hanno trasmesso il nostro patrimonio genetico (e per molti versi funzioniamo ancora come loro), la situazione non era diversa: i bambini crescevano e imparavano inseriti nel loro gruppo, e appena possibile erano coinvolti nelle attività degli adulti, aiutavano, per quanto loro possibile, e imparavano così le competenze necessarie alla vita nella loro cultura.

Oggi la situazione è un po’ paradossale: i bambini e le bambine hanno sempre un adulto che non ha altro da fare che occuparsi di loro (la mamma a casa – non è proprio così, ma quante mamme si sentono in colpa perché non possono dedicarsi al loro bebè 24 ore su 24?), l’educatrice al nido, la maestra, la professoressa poi… Lo devono condividere con un numero sempre più grande di coetanei, ma chi si occupa di loro “è lì per i bambini”, non ha una sua attività specifica di adulto. E gli adulti sono abituati a dividere la loro giornata tra i momenti del lavoro, in cui i bambini e le bambine non sono presenti, e i momenti familiari, in cui si sentono in dovere di essere a disposizione dei figli/e, proprio perché la lontananza nel resto della giornata un po’ li fa sentire in colpa.

Ritrovarsi a lavorare con i figli/e piccoli/e presenti richiede quindi una riorganizzazione completa del lavoro e del rapporto con loro. Occorre essere realistici e non avere aspettative troppo elevate: non si potrà lavorare come in ufficio, e non si potrà essere sempre a disposizione del proprio bambino, ma allora?

Occorre pensare di poter avere dei momenti in cui ci si dedica al proprio piccolo, e sono i momenti di cura: sono inevitabili, spesso li consideriamo un po’ come momenti di serie B, da sbrigare in fretta, ma sono i momenti in cui il rapporto è più stretto, in cui è possibile un dialogo e uno scambio con il bambino/a, perché si è impegnati nel fare la stessa cosa.

È quindi importante coinvolgere il piccolo/ la piccola fin da subito, anticipando la propria attività e attendendo una sua risposta, sfruttando i suoi gesti e movimenti spontanei per vestirlo o lavarlo senza forzarlo: è un dialogo senza parole ancora, ma che diventa pian piano scambio di intenzioni e poi di gesti e poi di parole… anche di conflitti, perché la collaborazione al compito comune va chiesta ma non può essere imposta; sono i tempi dell’affettività, ma anche della costruzione di tutto quello che è comunicazione umana, e in definitiva dello sviluppo del piccolo.

Ma poi è necessario lasciare al bambino/a uno spazio in cui possa sperimentare una attività autonoma, senza costante intervento dell’adulto che lo “stimola”.

In famiglia, cito un’espressione della professoressa Susanna Mantovani, si tratta della “autonomia reciproca” del bambino e della mamma. Perché questa pratica – che richiede, innanzitutto, momenti pieni e prolungati di dialogo, di scambio, nei momenti di cura, del cambio, della pappa: momenti in cui è implicata la persona stessa del bambino, perché è lui che sente i gesti, è lui che soddisfa la sua fame – permette al bambino, che ha fiducia ed è soddisfatto della relazione con l’adulto, di concentrarsi con un’attenzione sostenuta su quello che lo interessa, sul mondo esterno, sui fenomeni da comprendere … Mentre l’adulto, sicuro della ricchezza dell’attività del bambino (perché lui stesso ne ha organizzato le condizioni), può anch’egli avere dei momenti per sé, senza sentirsi in colpa (Szanto, 2014, p. 61).

È l’idea di Emmi Pikler[1], una pediatra ungherese che fin dagli anni ’40 in famiglia proponeva ai genitori di lasciare ai piccolissimi uno spazio, contenuto e completamente sicuro, di libertà, di attività autonoma: uno spazio in cui i bambini potessero fare tutto quello che volevano, con oggetti semplici ma pensati in base alle loro competenze motorie (oggetti da afferrare, far rotolare, a cui aggrapparsi o da spingere…), in completa autonomia, senza che l’adulto dovesse “insegnare” come usarli o intervenisse a modificare/sostenere/anticipare le posizioni raggiunte autonomamente dai bambini. Quindi niente infant-set, girello, ovetto, ma bambino sdraiato sulla schiena su una superficie rigida (il lettino, il pavimento, …) fino a quando non era in grado di girarsi sollevarsi e poi gattonare da solo, non messo a sedere fino a quando non era in grado di farlo da solo, e così via.

Ovviamente questo non vuol dire abbandonarlo, anzi, l’occhio e la presenza dell’adulto sono indispensabili, ma vuol dire lasciare che il bambino sperimenti da solo e arrivi da solo a trovare le soluzioni che gli permettono di ottenere il suo scopo. Perché se io avvicino il cubetto al bimbo in modo che possa afferrarlo senza fatica, lui percepirà la mia sollecitudine, percepirà che sono una base sicura per lui, ma al tempo stesso non avrà la soddisfazione di esserci arrivato da solo, di essere capace di fare da solo, di essere competente. È un equilibrio non sempre facile (non lo lascerò certo urlare di rabbia perché ha perso l’oggetto con cui stava giocando o è finito in una posizione sgradevole da cui non riesce a muoversi), ma è importante che i bambini possano scegliere e possano fare da soli, anche senza l’intervento continuo dell’adulto che si sostituisce a loro nel momento in cui ancora non sanno fare qualcosa.

Se l’adulto è troppo ingombrante, il bambino/la bambina si attende che sia sempre presente e disponibile, che intervenga al posto suo e si sentirà abbandonato o impotente nel momento in cui l’adulto per qualunque motivo non sarà lì ad aiutarlo… e a lungo andare questo non lo aiuterà!



[1] Emmi Pikler (Vienna9 gennaio 1902 – Budapest6 giugno 1984) è stata una pediatra ungherese. Diplomata alla facoltà di medicina di Vienna, parte per vivere a Budapest. Nel 1946, le propongono di prendere la direzione dell'orfanotrofio di Lóczy, creato per gli orfani di guerra. Realizza allora un approccio educativo e medico innovativo, ponendo come principi la libera attività del bambino, il suo benessere corporale, la qualità della cura e la relazione privilegiata con l'adulto che se ne occupa (“réferente„). Molto rapidamente, il successo rapido di Lóczy ha fatto scuola. Ed oggi ancora, la filosofia di Emmi Pikler riscuote un interesse crescente.