01 September 2026
Il gioco nell’era digitale
Quando sento la parola digitale, il pensiero corre subito a schermi, tablet, cellulari, pc… Eppure, dopo il percorso di formazione a cui ha partecipato il personale educativo delle Ludoteche comunali di cui faccio parte, questo automatismo mentale ha subìto un cambiamento sostanziale. Le Ludoteche, prima ancora che luoghi di gioco, sono infatti spazi con una precisa funzione sociale: punti di incontro e di aggregazione gratuiti, aperti a bambini, ragazzi e famiglie del territorio.
Il gioco è il cuore pulsante delle attività in Ludoteca: accostarlo all’aggettivo digitale non è stato semplice né naturale, ma è stata la conclusione di un percorso di sperimentazione, nato da un cambio di prospettiva e dal superamento di alcuni pregiudizi che, inconsciamente, portavo con me come professionista.
In Ludoteca abbiamo proposto alle ragazze e ai ragazzi della scuola secondaria di primo grado un’attività di gioco digitale che non ha previsto l’utilizzo di monitor o schermi. Incredibile? No: è semplicemente il frutto di un approccio digitale autentico, che non richiede strumenti informatici. Ve lo racconto…
Immaginate una piramide e, al suo interno, una stanza speciale: la stanza di Nefertari, raggiungibile solo superando labirinti, enigmi e colpi di scena. Si gioca in coppia: un partecipante è il programmatore, che decide le mosse, l’altro è il robot, che esegue i comandi sulla plancia di gioco. Lungo il percorso si incontrano ostacoli che riportano al punto di partenza e oggetti che, se usati correttamente, aprono la strada verso la stanza di Nefertari. Le coppie collaborano per raggiungere insieme lo stesso obiettivo: entrare nella stanza.
Questo è il digitale inteso non come strumento, ma come modalità di approccio al gioco: un atteggiamento mentale fatto di regole, sequenze e scelte, che si può allenare tanto su una plancia di gioco quanto su uno schermo. Ciò che i ragazzi hanno sperimentato è la capacità di muoversi in modo funzionale nello spazio, di anticipare e programmare le azioni, di formulare e verificare ipotesi. Per tutto questo non serve alcun dispositivo elettronico, ma solo un approccio consapevole e ben progettato. Questo è il vero digitale: quello che non coincide con digitalizzato, informatizzato, computerizzato.
Dal punto di vista pedagogico, un’attività come questa allena il pensiero computazionale, cioè la capacità di scomporre un problema in passaggi logici e sequenziali, passando prima per il corpo e per il gioco e solo in un secondo momento, eventualmente, per uno strumento tecnologico: è il cosiddetto coding unplugged, il coding “senza spina”. Il lavoro in coppia, inoltre, mette in gioco competenze relazionali importanti come l’ascolto, la negoziazione e l’assunzione di ruoli reciproci, in linea con quella che Vygotskij chiamava “zona di sviluppo prossimale”: lo spazio in cui si impara meglio proprio grazie al confronto con l’altro.
I ragazzi e le ragazze, inizialmente scettici, si sono lasciati coinvolgere dal gioco con spontaneità e naturalezza. Non è affatto facile proporre un’attività che risulti accattivante ai loro occhi.
L’età della scuola secondaria di primo grado (indicativamente tra gli 11 e i 14 anni) è un’età complessa, soprattutto nella relazione con l’adulto. Così come i bambini e le bambine, attorno ai 7 anni, escono dalla fase dell’egocentrismo secondo Piaget, verso i 12 anni entrano nello stadio delle operazioni formali. Sono fasi delicate, di profondo cambiamento, che influenzano in modo determinante il futuro. Noi adulti, a volte, ne siamo un po' intimoriti e, per dirla tutta, anche un po' spazientiti: così si corre il rischio di lamentele reciproche che non fanno altro che creare distanza e incomprensione. Forse basterebbe fermarsi un momento e provare a fare cose nuove, in modo nuovo.
Ammirare ragazzi e ragazze mentre giocano, interagiscono, tentano, scoprono, è stato davvero bello. Niente cellulari, solo la voglia di stare insieme. Anche noi adulti dovremmo “specializzarci” un po’ in creatività: potremmo riscoprirci più interessanti non solo agli occhi dei nostri preadolescenti, ma anche ai nostri.