01 June 2026
Qual è il tuo sogno? Ascolto, reciprocità e nuove tecnologie tra Ludoteca e famiglia
Noi, educatori ed educatrici, che lavoriamo nelle Ludoteche comunali siamo soggetti a formazione continua. Quest’anno abbiamo trattato il tema della robotica educativa, che ci ha avvicinato al mondo del digitale in una prospettiva di crescita e apertura. Quando ci approcciamo al digitale spesso la mente ci conduce a strumenti come il tablet, il cellulare, il computer, ma approcciarsi al digitale è tanto altro. Il digitale è un pensiero, una modalità di ragionamento, è avvicinarsi al coding. Questo abbiamo sperimentato nelle Ludoteche. Mettere il naso nella dimensione digitale prevede in prima battuta, un lavoro di consapevolezza del proprio corpo. Per sapermi muovere su uno schermo, astraendo il pensiero, significa che ho sperimentato il movimento empiricamente e lo so padroneggiare. Così, significa che proporrò alle bambine e ai bambini esperienze, per esempio, dove un bambino è il programmatore (colui o colei che dà indicazione a un compagno o a una compagna), mentre chi riceve l’indicazione sarà chi la realizza e viceversa. In questo gioco di ruoli si sperimentano tantissime dinamiche di logica, relazione, confronto. Innegabile è che il proprio essere, le proprie credenze, le proprie convinzioni nel lavoro educativo si contaminano reciprocamente, così le domande che ti poni come professionista si ripercuotono sui tuoi dubbi come genitore e via dicendo. Trovo che questa messa in gioco sia proficua e generativa. Come genitore ho indagato proposte che potessero essere per mia figlia alternative, accattivanti, educative. Fortunatamente a salvarmi da questa spasmodica ricerca è arrivato un corso di pedagogia che ho frequentato come professionista. Il giovane cittadino voleva rendersi utile nella fattoria dove alloggiava: prima di condurre il cavallo nei campi, si disse, andrò ad abbeverarlo. Il cavallo si rifiuta di andare all’abbeveratoio e non ha occhi e desiderio che per il vicino campo di erba medica. Il compagno novizio tira le briglie e la bestia avanza, ma storce il muso e soffia ma non beve, il contadino sopraggiunge ironico. Da questo input accademico i quesiti di madre hanno cavalcato l’onda della mia messa in gioco. Uno fra tutti prese il sopravvento: con quale criterio stato avvicinando mia figlia a quelle proposte che per me sembravano tanto significative? Fortunatamente, anche in questo caso, venne a salvarmi dai miei dubbi un altro pedagogista, in questo caso brasiliano: Paulo Freire, fondamento della pedagogia critica. Freire trattando della reciprocità educativa afferma: - L’insegnante, insegnando, apprende ad insegnare, così come lo studente, imparando, insegna come si impara – Così mi sono detta che se come l’insegnante apprende ad insegnare insegnando, io avrei potuto conoscere il mondo dei desideri di mia figlia nell’atto stesso di stare con lei. Cercando di sospendere quelli che erano i miei interessi, i miei bisogni, la mia conoscenza. Ecco qui la proposta alternativa, quello che dobbiamo fare come genitori, educatori e educatrici, vicini e vicine di casa, zii e zie, amici e amiche…: creare il pretesto per incontrarci. Incontrarci in quella verità dove ascolto davvero la testimonianza dell’altro, con i suoi desideri, sogni, aspirazioni. In tutte le questioni centrali sono la passione e l’entusiasmo con cui viviamo.
Nelle Ludoteche facciamo tante cose: laboratori musicali, Ludo-cucine, laboratori naturalistici, Ludo-letture, costruiamo giochi… Il digitale è un campo che stiamo indagando e a cui ci stiamo avvicinando per gradi. Come ogni terreno innovativo, va studiato, compreso e fatto proprio per essere proposto con consapevolezza.
Trovare il giusto equilibrio non è semplice. Il rischio è di demonizzare un modo che per i nostri bambini e le nostre bambine è sempre più presente e quotidiano (non a caso, l’espressione nativi digitali). Il rovescio della medaglia è interrogarsi e approfondire le possibilità di un modo che, con le dovute protezioni e i necessari confini, apre scoperte ed esperienze innovative.
Tutto è, spesso, molto più ovvio e semplice del senso che, a volte, noi ricerchiamo.
Mi colpì molto la Storia di un cavallo che aveva sete di Freinet, pedagogista e educatore francese del secolo scorso, fautore della pedagogia popolare.
Ne estrapolo qualche parte:
-Si vede che non sei contadino! Non hai capito che il cavallo non ha sete nelle ore mattutine e ha invece bisogno di buona erba medica fresca. Lasciagli mangiare a sazietà l’erba medica. Dopo avrà sete e tu lo vedrai galoppare allora verso l’abbeveratoio. Non aspetterà che tu gli dia il permesso… E quando berrà potrai ben tirare la cavezza: continuerà a bere.
Quando si pretende di cambiare l’ordine delle cose e si vuole fare bere chi non ha sete si sbaglia sempre. Educatori, siete al bivio. Non ostinatevi nell’errore di una “pedagogia del cavallo che non ha sete”; orientatevi coraggiosamente e intelligentemente verso la “pedagogia del cavallo che galoppa verso l’erba medica e l’abbeveratoio”.
Di questo dubbio quel che più mi colpì fu la mia poca consapevolezza e conoscenza dei gusti e delle preferenze della mia bambina.
Continuando ad indagare Freinet, un’altra riflessione stimolò la mia attenzione: il mondo del bambino non è vuoto, ma pieno di interessi, bisogni, conoscenze.
Quanto di tutto ciò conoscevo di lei? E soprattutto, come avrei potuto scoprirlo senza i vizi dettati dalle mie aspettative e prospettive?
Danilo Dolci, sociologo siciliano e profeta della non violenza. Sprona gli educatori e le educatrici a scoprire il “non noto” tramite l’ascolto e la domanda. Dolci era solito aprire i suoi interventi chiedendo ai bambini e alle bambine: - Qual è il tuo sogno? –
Quando rifletto su un tema particolare calato nel contesto Ludoteca, attraverso i miei bisogni come genitore, approdo ai contenuti accademici e calo questi intrecci in quel luogo per noi Ludotecari, così ricco di occasioni e significati. Ricchezza dovuta all’intrinseca possibilità di stare in Ludoteca per giocare. Nient’altro. Niente di più potente per coltivare la relazione.
Utilizzo le parole di Teresa Pomodoro, drammaturga, attrice, fondatrice e direttrice artistica dello spazio-teatro No’hma, che così definisce il suo luogo di lavoro:
- In principio era un teatro. Poi un laboratorio. Adesso è un luogo dove spero di poter essere fedele a me stesso … È un luogo dove l’atto, la testimonianza dati da un essere umano saranno concreti e carnali … Dove si vuole essere scoperto, svelato, nudo; … È l’incontro, l’andare uno incontro all’altro, deporre le armi, non avere paura gli uni degli altri, in nulla. Ecco cosa vorrei fosse il teatro laboratorio. E poco importa che lo chiami laboratorio, poco importa che si continui a chiamarlo teatro. Un tale luogo è necessario. se il teatro non esistesse, si troverebbe un altro pretesto (intervista a Jerzy Grotowski) -